Autorità
Corte di Cassazione
Data
20/03/2008
Materia
Recidiva
numero
12367
Sezione Penale
IV

Secondo il disposto dell’articolo 99 del Cp, come riformulato dalla legge 5 dicembre 2005 n. 251, la previsione dell’obbligatorietà dell’aumento della pena per la recidiva deve ritenersi limitata alle ipotesi di recidiva di cui al comma 5 dello stesso articolo (recidiva concernente i gravi delitti di cui all’articolo 407 comma 2, lettera a), del Cpp), mentre l’applicazione della recidiva è rimasta una facoltà del giudice in tutti gli altri casi previsti dalla norma (recidiva semplice: comma 1; recidiva aggravata: comma 2; recidiva pluriaggravata: comma 3; recidiva reiterata: comma 4), limitandosi la formulazione letterale di questa a stabilire l’obbligatorietà non della sottoposizione all’aumento di pena, quanto piuttosto della misura dell’aumento medesimo (o in misura fissa o in misura variabile). Ne deriva che, in tutti questi ultimi casi, il giudice può applicare l’aumento di pena (fisso o variabile) se reputa che il nuovo delitto, quello che fonda lo status di recidivo (semplice, aggravato, pluriaggravato o reiterato), sia in concreto (quindi in rapporto alla natura del precedente delitto doloso e al tempus del medesimo e, in genere, avuto riguardo ai parametri di commisurazione di cui all’articolo 133 del Cp) espressione di una più marcata pericolosità del reo ovvero costituisca indice della sua maggiore colpevolezza. In questa prospettiva, si deve quindi escludere che la recidiva reiterata di cui all’articolo 99 comma 4, del Cp sia divenuta obbligatoria (e lo stesso vale per le altre ipotesi di recidiva di cui si è detto, a eccezione di quella prevista dal comma 5 dell’articolo 99 del Cp), ed è possibile altresì ritenere – come la Corte costituzionale ha recentemente adombrato, nella sentenza 14 giugno 2007 n. 192 – che non sussiste l’automatismo previsto dal comma 4 dell’articolo 69 del Cp, come riformulato dalla legge n. 251 del 2005 laddove si esclude che, nel giudizio di comparazione delle circostanze, possano essere ritenute prevalenti le attenuanti sulle ritenute aggravanti nel caso, appunto, della recidiva reiterata. Infatti, in tale evenienza, laddove ritenga di non sottoporre in concreto l’imputato alla recidiva reiterata (ovvero, se si preferisce, di escluderla), sul rilievo che il nuovo delitto non sia espressivo di una più marcata pericolosità del reo ovvero indice della sua maggiore colpevolezza, il giudice non è assoggettato nel giudizio di bilanciamento delle circostanze all’anzidetto regime limitativo stabilito dall’articolo 69, comma 4, del Cp. In definitiva, in base alla suesposta ricostruzione, deve concludersi che qualora l’imputato recidivo reiterato commetta un altro delitto non colposo – e la recidiva reiterata sia stata formalmente contestata – il giudice può, nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali, escluderla, non essendo, in tal caso, vincolato nel giudizio di comparazione tra le circostanze; se, però, ritiene di non escluderla, gli è precluso, nel giudizio di bilanciamento, ritenere prevalenti le attenuanti rispetto alle aggravanti.